martedì 29 ottobre 2013

Recensione: "Reign", episodio 1x01

Recensione: "Reign", episodio 1x01


Questa serie tv dovrebbe raccontare la vita di Mary Stuart alla corte francese negli anni immediatamente precedenti al suo matrimonio con Francesco e, forse, anche quelli subito dopo. Dovrebbe, appunto.

È normale e giusto che la storia sia romanzata, un telefilm che segue alla lettera gli avvenimenti apparirebbe noioso. Il problema qui è che i presupposti sono assurdi.

Questa serie tv ha inizio nell’anno 1557: all’epoca, Mary aveva quindici anni e Francesco appena tredici.
Certo, un tempo i matrimoni avvenivano in più giovane età, ma è impensabile immaginare che Francesco abbia una relazione con una cortigiana e sembri così adulto.
Apro una piccola parentesi per far notare che anche Diane di Poitiers, per quanto bella, all’epoca aveva ben cinquantotto anni.

Vogliamo parlare dei costumi? Quando mai si sono visti abiti così leggeri e svolazzanti, così raffinatamente lavorati con diamanti in ogni dove e così poco coprenti in pieno Cinquecento? Sono a corte del re di Francia, sì, ma dubito fortemente che le dame si vestissero davvero così. Lo stesso vale per i capelli sciolti e svolazzanti.



Assurdo il commento di Francesco, che definisce Mary una “ragazza dalle gambe secche”: di grazia, con gli abiti lunghi che si portavano all’epoca, come può sapere come sono le sue gambe?

L’usanza di chiamarsi per nome è altrettanto strampalata: dove sono finiti tutti gli appellativi, gli inchini pieni di rispetto e deferenza? Nessuno ha notato che mai, mai si sarebbe potuto vedere una regina seduta di fronte a due giovani ragazzi (uno di loro proveniente dal popolo, nemmeno di famiglia ricca) a chiacchierare con confidenza?
E i servitori e le guardie, che di norma riempiono le stanze, dove sono?

E la prima notte di nozze, con la stanza piena di spettatori? L’usanza era di mettere a
letto gli sposi, con ancora addosso le camicie da notte, e tornare la mattina a controllare i segni della verginità perduta. Se davvero ci fosse stata una decina di persone a osservare la scena in diretta, da dove sarebbero sorti i dubbi sull’effettiva consumazione del matrimonio che sono stati scuse per separazioni e annullamenti in tutto il medioevo?


E ricordiamo che Mary è stata cresciuta come una regina: mi pare improbabile che si metta a ballare selvaggiamente e a piedi nudi nel salone. Così anche le sue amiche, che sono state cresciute per servire e consigliare una regina, non mi pare si comportino come ci si aspetterebbe.


Dopo questa critica, passiamo agli aspetti positivi:
Sebastian: storicamente inesistente (se non erro, Diane di Poitiers ha dato al re solo due figlie femmine), ha comunque un certo fascino. Non parlo del lato fisico – anche se quello non guasta – ma credo che la sua presenza non sia stata introdotta per creare solo un triangolo sentimentale che per ora non mi convince, piuttosto sono convinta che avrà un ruolo di maggior rilievo.
La ragazza senza volto: creepy, ma interessante. Sta dalla parte di Mary, il che mi fa pensare che abbia avuto qualcosa a che fare con Caterina de Medici e Nostradamus in passato. Spero di scoprirne presto di più.


Insomma, storicamente non è il massimo della serietà, quindi credo proprio che chi cerca un period drama attento ai dettagli ne resterà deluso.
D’altra parte, se quello che volete è una storia in costume, con un bel po’ di intrighi amorosi e congiure, questo è quello che cercate. Una serie tv leggera e non noiosa, ma non prendete per vero tutto ciò che vedete e non raccontate al prof di storia che Mary Stuart si era recata alla corte di Francia con le sue quattro migliori amiche alle moda e aveva lottato per conquistare l’amore del giovane Francesco.

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domenica 27 ottobre 2013

Recensione: "Lettera a un bambino mai nato" di Oriana Fallaci

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Recensione: “Lettera a un bambino mai nato”
di Oriana Fallaci
 




    Titolo
: Lettera a un bambino mai nato
    Autrice: Oriana Fallaci
    Casa editrice: Rizzoli
    Anno di pubblicazione: 35° edizione, 1993
    Pagine: 101
    ISBN: 9788817853712
 



 
Non so esattamente come definire quest’opera, un racconto forse, una riflessione sul delicato tema dell’aborto più precisamente.
La protagonista di questa riflessione è una donna che, senza averlo pianificato o desiderato, si ritrova incinta a deve decidere se continuare o meno la gravidanza.
Lo stile della Fallaci, che scrive senza nomi o indicazioni geografiche, rende semplice l’immedesimazione.
La protagonista non è sposata e il rapporto con il padre del bambino non è dei migliori, quindi la sua gravidanza non è vista di buon occhio. Apparentemente, la scelta migliore per lei – a detta di tutti gli altri – è interrompere la gravidanza. Ma lei non è d’accordo: non si deve decidere della sua vita, ma della possibilità di concederne una al bambino, di farlo uscire dal nulla.
Aspetta un segno, un’indicazione della volontà del piccolo che l’aiuti a decidere.
Si chiede se sia giusto mettere al mondo un figlio, conoscendo la brutalità di cui è capace il mondo e le difficoltà che dovrà inevitabilmente affrontare.
 
Essere buoni o cattivi non conta: la vita quaggiù non dipende da quello. Dipende da un rapporto di forze basato sulla violenza. La sopravvivenza è violenza. Calzerai scarpe di cuoio perché qualcuno ha ammazzato una vacca e l’ha scuoiata per farne cuoio. Ti scalderai con una pelliccia perché qualcuno ha ammazzato una bestia, cento bestie, per strappargli via la pelliccia. Mangerai il fegatino di pollo perché qualcuno ha ammazzato un pollo che non faceva del male a nessuno. E nemmeno questo è vero perché anche lui faceva del male a qualcuno: divorava i vermetti che se ne andavano in pace brucando insalata. […] Ed è proprio il caso che tu venga a conoscere simili orrori, tu che vivi e ti nutri e ti scaldi senza ammazzare nessuno?
 
Si tratta di una gravidanza difficile, per il bene del bambino la donna dovrebbe restarsene stesa a letto a riposare, abbandonando il suo lavoro e le attività che fino a quel momento avevano caratterizzato la sua vita. Ma fino a che punto una donna può ridursi per permettere a suo figlio di nascere, un figlio che nemmeno voleva? Dove sta scritto che una donna deve sopportare nove mesi di torture per procreare una persona che forse non desiderava nemmeno venire alla vita?
 
Sono impaurita. Ed anche adirata con te. Cosa credi che sia: un contenitore, un barattolo dove si mette un oggetto da custodire? Sono una donna, perdio, sono una persona. Non posso svitarmi il cervello e proibirgli di pensare. Non posso annullare i miei sentimenti o proibirgli di manifestarsi. Non posso ignorare una rabbia, una gioia, un dolore. Ho le mie reazioni, io, i miei stupori, i miei scoramenti. Anche se potessi, non vorrei disfarmene per ridurmi allo stato di un vegetale o di una macchina fisiologica che serve a procreare e basta! Quanto sei esigente, bambino!
 
Oriana Fallaci riflette anche sulla situazione delle donne, donne che vivono in un mondo creato da uomini per gli uomini, donne che si vedono ridurre allo stato di mamme per tutta una vita senza potersi imporre come persone indipendenti.
 
Eppure, o proprio per questo [il nostro è un mondo fabbricato dagli uomini per gli uomini], essere donna è così affascinante. È un’avventura che richiede un tale coraggio, una sfida che non annoia mai. Avrai tante cose da intraprendere se nascerai donna. Per incominciare, avrai da batterti per sostenere che se Dio esistesse potrebbe anche essere una vecchia coi capelli bianchi o una bella ragazza. […] Essere mamme non è un mestiere. Non è nemmeno un dovere. È solo un diritto tra tanti diritti. Faticherai tanto ad urlarlo. E spesso, quasi sempre, perderai. Ma non dovrai scoraggiarti. Battersi è molto più bello che vincere.

Quest’opera ti lascia con mille domande senza risposta, domande su cui ognuno di noi dovrebbe interrogarsi, per cercare la propria verità. Quest’opera non vuole dare regole di pensiero, ma come riflessione vuole indurci a riflettere.

martedì 22 ottobre 2013

Recensione: "Una principessa per due re" di Philippa Gregory


Recensione: "Una principessa per due re"
(“The White Princes" )
                                        di Philippa Gregory


   
    Titolo italiano
: Una principessa per due re
    Titolo originale
: The White Princess
    Autrice
: Philippa Gregory
    Casa editrice
: Sperling & Kupfer
    Traduttrice
: Marina Deppisch
    Anno di pubblicazione
: 2013
    Pagine
: 524
    ISBN
: 978-88-200-5505-9
    Prezzo
: 19,90 €



Trama
Inghilterra, 1485.
Quando Enrico Tudor raccoglie la corona d'Inghilterra dal fango della battaglia di Bosworth, sa che l'unico modo per unificare un regno da quasi vent'anni diviso dalla guerra è sposare la principessa della casata nemica, Elisabetta di York. Ma lei è ancora innamorata del defunto sovrano, Riccardo III, e mezza Inghilterra sogna di vedere sul trono l'erede legittimo, che la Regina della Rosa Bianca ha mandato in un luogo ignoto proprio per proteggerlo. La nuova monarchia può anche aver conquistato il potere, ma non ha certo conquistato il cuore dei sudditi, che tramano complotti e congiure nella speranza di un trionfante ritorno degli York. Ora la più grande paura di Enrico è che da qualche parte, oltre i confini dell'Inghilterra, un principe della dinastia avversaria stia solo aspettando il momento giusto per invadere il regno e reclamare il trono. E il giorno in cui un giovane uomo - che potrebbe essere il legittimo re - impugna le armi e minaccia la corona, Elisabetta sarà costretta a scegliere tra il marito che ha appena imparato ad amare e il ragazzo che dichiara di essere il suo amato e perduto fratello: la rosa di York finalmente torna a casa.


L’inizio.
Questo romanzo ha inizio proprio dove si fermano i precedenti volumi di questa saga, La regina della Rosa Bianca e La regina della Rosa Nera (The White Queen e The Red Queen).
Dopo la battaglia di Bosworth tutto è cambiato: Riccardo, re del casato di York, è morto e il giovane Enrico Tudor ha preso il suo trono.
Anche la vita di Elisabetta, principessa di York e figlia dell’amato re Edoardo IV, è cambiata. La giovane, innamorata di re Riccardo, deve ora accettare la morte del suo amante e rassegnarsi a sposare il suo promesso, Enrico Tudor.

Vorrei riuscire a smettere di sognare. Se soltanto potessi smettere di sognare.
Sono tanto stanca, non desidero altro che dormire. Voglio dormire tutto il giorno, dall’alba al crepuscolo con la sera che arriva sempre un po’ prima e un po’ più spaventosa. Durante il giorno non penso ad altro che a dormire, ma di notte non faccio altro che cercare di restare sveglia.
Entro nel suo appartamento silenzioso e buio e fisso la candela nel candelabro d’oro che si consuma lentamente lungo le tacche che segnano le ore, sebbene lui non vedrà più l’alba. Ogni giorno alle dodici i servitori accendono con un moccolo una nuova candela; ogni ora si consuma lentamente, sebbene il tempo non abbia ora per lui alcun significato.

Il tema del sonno come rimedio al dolore, come rifugio dalle sofferenze della vita si ripresenta ciclicamente anche alla fine del romanzo. Qui vediamo che Elisabetta, in lutto per la morte di Riccardo, desidera ritirarsi nella sua camera da letto e dimenticare lo scorrere del tempo, perché non accetta che lui non ci sia più. Nelle ultime pagine è Re Enrico a nascondersi nelle sue stanze, amareggiato e distrutto dal senso di colpa per ciò che ha fatto.

La relazione tra Enrico ed Elisabetta.
Philippa Gregory ci offre un interessante punto di vista riguardo il rapporto tra i due coniugi. Sappiamo che il loro matrimonio aveva conosciuto l’amore, ci sono le prove del dolore del re dopo la morte della moglie e dei maestosi funerali con cui ha voluto ricordarla.
Qui, tuttavia, vediamo come la loro storia potrebbe essere cominciata. È un’interpretazione che mi sembra abbastanza convincente, dato il carattere della regina madre e l’obbedienza del figlio, ma che spero sia un’invenzione, per il bene di Elisabetta.

« Lasciatemi andare, allora! » grido, cercando di staccarmi, ma lui mi tiene stretta.
« No. Perché, come sapete, devo sposarvi, quella strega di vostra madre si è assicurata che accadesse. Le camere del parlamento si sono accertate di ciò. Io però voglio sapere se siete fertile, voglio sapere cosa prendo. Dato che sono costretto a sposarvi, esigo una moglie fertile. Dobbiamo procreare un principe Tudor, sarebbe un tale spreco, se foste sterile. »

Come avrete capito, non è amore a prima vista.
Ricordate che Elisabetta è una splendida principessa di York, amata dal popolo e dai lords del parlamento, una giovane donna abituata alla vita di corte che sa sempre come comportarsi.
Enrico, d’altra parte, è cresciuto in esilio, con il pensiero ricorrente del trono che l’aspettava, convinto di essere il legittimo re d’Inghilterra e aspettandosi un paese che l’avrebbe venerato.
Ora, costretto a sposare la figlia del casato rivale e l’amante del suo nemico per poter mantenere il potere, è sopraffatto dalla rabbia e dall’umiliazione. Vuole dimostrare che lui è il re per diritto divino, che non accetta di essere sottomesso. Consigliato dall’inseparabile Margaret Beaufort, decide che non vale la pena di sposare Elisabetta senza la certezza di poter avere degli eredi.
I primi mesi sono duri, il risentimento che Elisabetta cova per le azioni di Enrico e per la sua inevitabile parte nella morte di Riccardo l’accompagneranno per anni, prima di poter cedere all’amore, che il marito conoscerà molto prima.


La continuità.
Questo romanzo, come tutti gli altri facenti parte della saga, si può leggere indipendentemente. Nonostante ciò, la continuità degli eventi è minuziosa.
Ne “La regina della Rosa Bianca” ricordiamo Elisabetta di York e sua madre, Elisabetta Woodville, lanciare una maledizione su chiunque abbia rapito, o forse addirittura ucciso, i due principi rinchiusi nella torre. Ricordiamo che la Elisabetta Woodville, diffidando di tutti, aveva mandato via il figlio Riccardo e l’aveva sostituito con un ragazzino plebeo che aveva preso il suo posto nella Torre.
Questi eventi stanno alla base di questo romanzo: i primi anni del regno di Enrico sono caratterizzati dalle ricorrenti minacce di invasione da parte di presunti pretendenti al trono, identificatisi come il principe Edoardo o Riccardo.
La caccia a questi pretendenti, che minacciano la sua stabilità al trono, impiegheranno quasi tutte le forze di Enrico e alla fine uno di essi, un “forse principe Riccardo, duca di York” avrà un ruolo di rilievo nella seconda parte del romanzo.


Il Titolo.
Non so proprio perché “The White Princess” sia stato tradotto con “Una principessa per due re”.
“The White Princess” mantiene la continuità con il resto della saga e sottolineava l’appartenenza di Elisabetta al casato di York.
“Una principessa per due re” sembra adattato al genere di romanzi storici harmony, senza offese al genere, che si concentrano più sulla storia d’amore che sull’effettiva storicità degli eventi. Elisabetta non è divisa tra due re per tutto il romanzo: Riccardo è già morto e sebbene lei soffra per la sua dipartita, dopo centocinquanta pagine inizia a provare affetto per suo marito, accetta la sua condizione e lotta per difendere la sua famiglia.
“La principessa della Rosa Bianca” sarebbe stato decisamente un titolo migliore.


Eventuale trasposizione cinematografica?
Dai romanzi “La regina della Rosa Bianca”, “La regina della Rosa Rossa” e “La futura regina” è stata tratta la serie tv “The White Queen”, trasmessa in dieci episodi nell’estate 2013 dalla BBC.
Non credo fattibile un sequel basato su questo romanzo.
Il libro è meraviglioso, perché approfondisce molto il rapporto tra Enrico ed Elisabetta, riservando una dettagliata introspezione ai personaggi, migliore che nei precedenti romanzi della saga. I fatti, però, si susseguono in modo ripetitivo. C’è sempre un pretendente al trono, un giovane che si crede il principe Riccardo e che vuole riportare in auge il casato di York. Temo che una serie tv diventerebbe ripetitiva e noiosa.
Sarebbe forse possibile crearla, se si integrasse anche il romanzo appartenente alla saga dei Tudor “La prima regina”, che racconta la vita di Caterina d’Aragona dall’infanzia, dall’arrivo in Inghilterra al matrimonio con Arturo, fino ad arrivare al secondo matrimonio con Enrico e ad essere regina d’Inghilterra. Continuare sarebbe inutile, data la precedente saga “I Tudors” che racconta la vita alla corte di Enrico VIII dall’arrivo di Anna Bolena alla sua morte.
Forse si potrebbe fare un film, ma sempre con l’aggiunta della storia di Caterina, che mi ha appassionato molto e ritengo sia dimenticata da quasi tutti i film o le serie tv su questo periodo storico. Caterina non è sempre stata la vecchia moglie di Enrico VIII che non riusciva a dargli un figlio maschio, prima era un giovane e bella principessa ammirata da tutta l’Europa.



Voto: 

sabato 19 ottobre 2013

The first gift

The first gift

Jane closed the casket upholstered by a fine blue texture and handed it out to the page.
« Bring it back » she said, without turning her bright eyes away from that object.
« The King won’t be pleased if I do so » replied the boy, who showed no intention of moving.
« Report to him that I feel honoured by his thought, but I can’t accept it » she advised. Then she turned her back to him and moved toward the window. She leant her hand on the glass and glanced down to the garden. When she finally was alone, she sat down and reclined her head.
Now everything was going to change.

King Henry delivered to her a necklace with an enormous and magnificent sapphire; that unexpected gift came along with a small dedication.

This jewel will add a new light to the splendid star that already lies in you.
E.

He signed only with the initial of his name: maybe he wished to play the secret admirer game. It wouldn’t be the first time, King Henry loved to disguise himself and pretend to be a Mister Nobody, so that he could claim to seduce women not with his title but with his charm. Not that he ever managed to trick anybody. However, who but the King could possibly own such a jewel?
Providentially, that gift came while she was alone in her room: the Queen would have gone mad if she had seen it. Anne Boleyn was an impetuous woman, extremely jealous of what was hers. Conquered the King’s heart and convinced him to deny the sacred bond which linked him with Queen Catherine, she was afraid to succumb to the same fate.
If she had known that now King Henry was dedicating his attention to her, to Jane Seymour, she would have made her life impossible.

The circumstance in which she was receiving such a gift was making everything even more terrific: it was the first day of the year 1536. If the King was showering her with gifts since the first day of the year, what should she expect from the successive three hundred and sixty-four?

domenica 6 ottobre 2013

Recensione: Un passo nel buio - Judith Lennox

Titolo: Un passo nel buio
Autrice: Judith Lennox
Traduzione di: Olivia Crosio
Edizione: Corbaccio 2008
ISBN: 978-88-7972-942-0
Pagine: 453




Dall’India coloniale
alla Scozia selvaggia,
una storia indimenticabile
di amore e perdita
e dei segreti che possono
distruggere una famiglia.






Ho preso in prestito questo romanzo dalla biblioteca un po’ per disperazione. Tutti i libri che desideravo non erano disponibili e io avevo il bisogno fisico di leggere qualcosa di nuovo. Così, attirata un po’ dalla copertina e un po’ dalla trama, ho scelto “Un passo nel buio”.
Non mi aspettavo niente di stupefacente, anzi credevo che mi sarei pentita della mia scelta. Pensavo di imbattermi in un romanzo rosa in cui la protagonista, dopo le varie peripezie, trova il vero amore e la felicità. Mi sbagliavo.

La protagonista, Bess, all’inizio è una giovane donna appena ventenne che, vedova e con un bambino piccolo, segue il consiglio della suocera: lascia l’India e s’imbarca per l’Inghilterra, con l’intenzione di ritrovare il padre e sistemarsi, per poter accogliere il figlio con sé. Ovviamente, le cose non vanno così bene.
Nel corso della sua vita Bess imparerà che l’amore è un’arma a doppio taglio e rivaluterà la sua idea di matrimonio. Il piccolo Frazer, rimasto in India con i nonni, non è che il primo di una discreta serie di figli che dovranno trovarsi un posto in un mondo in guerra.

Una delle caratteristiche positive di questo romanzo, forse la migliore, è il suo realismo. Non per la storia in sé, no; ciò che intendo dire è che i personaggi – tutti, dal primo all’ultimo - hanno pregi e difetti, molti difetti. Non sono stilizzati, non sono bamboline di ceramica belle e perfette. Sono persone che sperimentano amore, dolore, gioia, rabbia, invidia, paura… Hanno una storia alle spalle e una che li aspetta, hanno possibilità da esplorare e un passato da riscoprire.


Non lasciatevi ingannare dall’incipit presente sulla copertina e che ho riportato qui sopra: non è una storia indimenticabile, non ci sono segreti indecifrabili da scoprire. Tuttavia, è una lettura piacevole e niente affatto superficiale, che consiglio a chiunque voglia fare un passo in più e sollevarsi dai romanzetti rosa senza null’altro che romanticismo, ma anche a coloro che passano il tempo a leggere mattoni classici e sofisticati, perché anche questo romanzo offre spunti interessanti a cui pensare.

sabato 17 agosto 2013

Una riflessione sulla Sindrome di Down

Una riflessione sulla Sindrome di Down


Oggi è compleanno di mia zia. Compie trentaquattro anni ed è affetta da Sindrome di Down.

Avrei un sacco di altre cose da fare, ora, ma sento il bisogno di condividere questa riflessione.

Mia nonna aveva quarant’anni quand’è rimasta incinta e a quei tempi non c’erano ancora i mezzi per individuare questo disturbo prima della nascita, quando l’interruzione della gravidanza era ancora possibile. Non le ho mai chiesto se – in caso avesse potuto sapere in anticipo che sua figlia non sarebbe stata una persona “normale” – avrebbe deciso di abortire.
So che la scoperta, appena dopo il parto, è stata terribile. So che ci sono voluti mesi perché potesse uscire di casa con la piccola senza sentirsi additata, senza paranoie, senza agitazione.
Ora come ora, però, credo fermamente che mi risponderebbe che no, non avrebbe abortito.
Io vedo mia zia tutti i giorni, vedo la pazienza e l’affetto di mia nonna che – nonostante la sua testardaggine – non l’abbandona mai.

Ci sono persone affette da questa sindrome che riescono a condurre una vita quasi uguale a quella di tutti gli altri, che si laureano, che lavorano, che abitano da soli. Sono quei casi di cui sentiamo parlare al telegiornale e che ci fanno capire che – solo perché sono affetti da sindrome di Down – non sono meno degni di rispetto di noi.
Ma non ci sono solo questi casi.
Mia zia non è tra di loro.
Il suo quoziente intellettivo non è superiore a quello di un bambino di sei o sette anni: sa scrivere a malapena e ha disabilità linguistiche. Ma non è giusto giudicarla da queste caratteristiche.  Dietro a tutto ciò, c’è una personalità singolare che la rende unica, così come siamo unici noi.
Ha delle piccole manie che non sono poi così diverse da quelle di molte altre donne.
Ama l’ordine: appena rientra in casa si mette a sistemare tutto ciò che trova fuori posto.
Ama i vestiti: ha un armadio zeppo di capi d’abbigliamento, forse alcuni un po’ infantili, ma lei ci tiene immensamente.
Ama le borse: seriamente, ho perso il conte di quante ne ha!
Ama la bicicletta: passerebbe le sue giornate a pedalare in giro per la campagna.

Di questi tempi, per indorare la pillola, si definiscono queste persone “diversamente abili”, anche se molti le chiamano in questo modo solo per non essere tacciati di discriminazione e senza crederci davvero.
Ma penso che mai – tra tutti i termini assegnati a questa categoria di persone – ce ne sia stato uno più adatto. Perché lei è davvero diversamente abile. Perché forse non ha l’intelligenza di Einstein o l’abilità di Federica Pellegrini, ma è una perfetta donna di casa e ha un gran cuore.

Durante il giorno passa il tempo in un centro che accoglie persone diversamente abili, con ogni genere di sindrome o malattia. Di tanto in tanto, qualcuno dei suoi amici viene a trovarla.
E posso dirvi che tutti, tutti sono degni di vivere, perché ognuno di loro è particolare.
C’è J, una giovane donna che capisce il mondo e la situazione in cui viviamo come ognuno di noi.
C’è M, una signora che potrebbe passare ore a elogiare le abilità dei suoi nipotini.
C’è S, un ragazzo che – nonostante la sedia a rotelle e il suo essere introverso – non manca mai di regalarmi un fiore.

E poi, sì, ci sono anche coloro che non sono stati così fortunati. Ci sono uomini e donne che non hanno mai lasciato la sedia a rotelle, che soffrono di autismo, che faticano a parlare, che vivono in uno stato quasi vegetativo. Sono i casi peggiori, quelli che fanno più male.

È giusto ricordare anche i loro genitori, che ogni giorno combattono per dar loro una vita più normale possibile, che cercano di farli felici e che s’impegnano perché la loro diversità non li abbatta mai.

Ma non è giusto essere ipocriti e dire che se una donna sceglie di interrompere una gravidanza, quando al feto è stata diagnosticata questa sindrome, è senza cuore.
Io stessa – che sono a stretto contatto con persone affette da questa sindrome da quando sono nata – non so se avrei la forza di crescere un bambino in queste condizioni.
Serve una forza immensa, bisogna essere disposti a mettere da parte la propria vita per quella di questi bambini, perché nulla ci può assicurare che riusciranno a condurre una vita normale. Perché ci potrebbe capitare un piccolo genio o un bambino con problemi molto più gravi.


Ma è giusto ricordarli sempre, non solo quando vincono dei premi o raggiungono un traguardo.

venerdì 16 agosto 2013

Les Miserables - Victor Hugo


Una raccolta delle mie citazioni preferite de "I Miserabili" di Victor Hugo.



Morire non è nulla, tremendo è non vivere.



Fate in modo che, quando siete insieme, nulla vi manchi, e Cosette sia per Marius il sole e Marius l'universo per Cosette. Cosette, il bel tempo, sia il sorriso di vostro marito; Marius, che la pioggia siano le lacrime di vostra moglie: e non piova mai nella vostra casa.



Avete delle guance che chiedono il bacio di una sorella e delle labbra che esigono il bacio di un amante.



Marius e la sua Marie o Maria o Mariette o Marion, devono fare due amanti ben buffi: me ne rendo conto: estasi tali da dimenticare il bacio; casti sulla terra, si accoppiano nell'infinito. Sono anime che hanno i sensi: dormono insieme nelle stelle.



In tutte le questioni che riguardano la sovranità collettiva, la guerra del tutto contro la parte è insurrezione, l'attacco della parte contro il tutto sommossa.




«Mi ami?»
Singhiozzando gli rispose questa parola paradisiaca più bella ancora attraverso le lacrime: «Ti adoro!»




Il vero amore è luminoso come l'aurora e silenzioso come la tomba.



Due amanti si nascondono la sera, nel crepuscolo, nell'invisibile con gli uccelli, le rose, si affascinano l'un l'altro nell'ombra con i cuori che traspaiono dagli occhi, sussurrano, bisbigliano, e intanto un immenso ondulare di astri riempie l'infinito.



Se non ci fosse qualcuno che ama, il sole si spegnerebbe.




Che grande cosa essere amati, ma cosa ancora più grande è amare!



Che cosa triste ignorare l'indirizzo della propria anima.



Gli amanti separati ingannano l'assenza con mille cose chimiche che tuttavia hanno la loro realtà; viene loro proibito di vedersi, non possono scriversi; trovano una quantità di mezzi misteriosi di corrispondere: si mandano il canto degli uccelli, il profumo dei fiori, il riso dei bimbi, la luce del sole, i sospiri del vento, i raggi delle stelle, tutto il creato.



Il primo sintomo dell'amore vero in un giovane è la timidezza, in una fanciulla l'ardire; ciò stupisce e tuttavia è naturalissimo, sono i due sessi che tendono a riavvicinarsi e si scambiano le qualità.



Per lui, un debito significava il principio della schiavitù; diceva anzi che un creditore è peggio di un padrone, perché questi non possiede che la vostra persona, mentre quegli possiede la vostra dignità e può schiaffeggiarla.



«Essere l'impero d'un tale imperatore, quale splendido destino per un popolo! . . .
che c'è di più grande?»
«Essere libero»



Non possiamo impedire al pensiero di tornare a un'idea più di quanto possiamo impedire al mare di ritornare a un lido: per il marinaio questo si chiama marea, per il colpevole rimorso.



Il parigino sta al francese come l'ateniese stava al greco; nessuno dorme meglio di lui, nessuno è più apertamente frivolo e pigro di lui, nessun meglio di lui sembra dimenticare; non fidatevene però, è capace di qualsiasi cascaggine, ma, vi sia per meta la gloria, avvampa di meraviglioso furore.



Queste sono le vere gioie; questo passar di coppie felici è un appello profondo alla vita e alla natura che fa scaturire da ogni cosa la carezza e la luce.



Non ci sono piccoli avvenimenti nell'umanità, né piccole foglie nella vegetazione.




Il mondo morale non ha spettacolo più grande di questo: una coscienza turbata e inquieta, giunta alle soglie di un'azione malvagia, in contemplazione del sonno di un giusto.




L'anima dei giusti durante il sonno contempla un cielo misterioso.



Liberazione non è libertà. Si esce dalla galera ma non dalla condanna.



La collera può essere folle e assurda; ci si può irritare a torto; ma ci si sente indignati soltanto quando in fondo abbiamo un qualche fondamento di ragione.




Vero o falso, quel che si dice degli uomini occupa spesso nella loro vita, e soprattutto nel loro destino, un posto uguale alle loro azioni.

giovedì 15 agosto 2013

Letture

Questi sono i libri – o meglio, alcuni dei libri – che mi sono ripromessa di leggere:







Anna Karenina, Tolstoj
Non ho mai letto nulla di Tolstoj, ma la sua pretesa di rappresentare la realtà della società russa e l’intrigante storia di Anna m’incuriosiscono molto.







Il nome della rosa, Eco
Ho sempre amato i libri storici, ma mi sono concentrata sullo storico romantico, sulla vita di corte… Questa volta voglio provare un romanzo storico privo di questo tema.





Il Grande Gatsby, Fitzgerald
L’America è sempre stata un’opportunità per iniziare una nuova vita, una nuova chance per diventare qualcuno. Voglio sapere com’era la vita di coloro che in America c’hanno sempre vissuto.






Il piccolo principe, de Saint-Exupéry
Perché da bambina non ho mai avuto l’occasione di leggerla e non voglio perdermela, perché sento che lo devo leggere.





Il vecchio e il mare, Hemingway
Perché ho sempre sentito elogiare lo stile di Hemingway, ma non ho mai avuto l’occasione di leggere nulla di suo.








Camera con vista, Forster
Perché credo sia interessante vedere la vita con gli occhi di una giovane ragazza che deve conoscere il mondo.







Come un romanzo, Pennac
Perché è un tema che mi sta a cuore, perché la lettura è un’attività sempre più rara che va ripristinata.





Ivanhoe, Sir Walter Scott
Perché è un romanzo storico, scritto da uno scrittore che è di per sé storico. Perché troverò un mondo di 900 anni fa ad attenermi.





L’amante di Lady Chatterley, Lawrence
Perché ha dato scandalo, perché segue un tema interessante e inaspettato per il tempo in cui è stato scritto.





Ulisse, Joyce
Perché voglio sperimentare il “flusso di coscienza” di Joyce.