Una riflessione sulla Sindrome di Down
Oggi è compleanno di mia
zia. Compie trentaquattro anni ed è affetta da Sindrome di Down.
Avrei un sacco di altre
cose da fare, ora, ma sento il bisogno di condividere questa riflessione.
Mia nonna aveva quarant’anni
quand’è rimasta incinta e a quei tempi non c’erano ancora i mezzi per
individuare questo disturbo prima della nascita, quando l’interruzione della
gravidanza era ancora possibile. Non le ho mai chiesto se – in caso avesse
potuto sapere in anticipo che sua figlia non sarebbe stata una persona “normale”
– avrebbe deciso di abortire.
So che la scoperta,
appena dopo il parto, è stata terribile. So che ci sono voluti mesi perché
potesse uscire di casa con la piccola senza sentirsi additata, senza paranoie,
senza agitazione.
Ora come ora, però, credo
fermamente che mi risponderebbe che no, non avrebbe abortito.
Io vedo mia zia tutti i
giorni, vedo la pazienza e l’affetto di mia nonna che – nonostante la sua
testardaggine – non l’abbandona mai.
Ci sono persone affette
da questa sindrome che riescono a condurre una vita quasi uguale a quella di
tutti gli altri, che si laureano, che lavorano, che abitano da soli. Sono quei
casi di cui sentiamo parlare al telegiornale e che ci fanno capire che – solo perché
sono affetti da sindrome di Down – non sono meno degni di rispetto di noi.
Ma non ci sono solo
questi casi.
Mia zia non è tra di
loro.
Il suo quoziente
intellettivo non è superiore a quello di un bambino di sei o sette anni: sa
scrivere a malapena e ha disabilità linguistiche. Ma non è giusto giudicarla da
queste caratteristiche. Dietro a tutto
ciò, c’è una personalità singolare che la rende unica, così come siamo unici
noi.
Ha delle piccole manie
che non sono poi così diverse da quelle di molte altre donne.
Ama l’ordine: appena
rientra in casa si mette a sistemare tutto ciò che trova fuori posto.
Ama i vestiti: ha un
armadio zeppo di capi d’abbigliamento, forse alcuni un po’ infantili, ma lei ci
tiene immensamente.
Ama le borse:
seriamente, ho perso il conte di quante ne ha!
Ama la bicicletta:
passerebbe le sue giornate a pedalare in giro per la campagna.
Di questi tempi, per
indorare la pillola, si definiscono queste persone “diversamente abili”, anche
se molti le chiamano in questo modo solo per non essere tacciati di discriminazione
e senza crederci davvero.
Ma penso che mai – tra tutti
i termini assegnati a questa categoria di persone – ce ne sia stato uno più
adatto. Perché lei è davvero diversamente abile. Perché forse non ha l’intelligenza
di Einstein o l’abilità di Federica Pellegrini, ma è una perfetta donna di casa
e ha un gran cuore.
Durante il giorno passa
il tempo in un centro che accoglie persone diversamente abili, con ogni genere
di sindrome o malattia. Di tanto in tanto, qualcuno dei suoi amici viene a
trovarla.
E posso dirvi che
tutti, tutti sono degni di vivere, perché ognuno di loro è particolare.
C’è J, una giovane
donna che capisce il mondo e la situazione in cui viviamo come ognuno di noi.
C’è M, una signora che potrebbe
passare ore a elogiare le abilità dei suoi nipotini.
C’è S, un ragazzo che –
nonostante la sedia a rotelle e il suo essere introverso – non manca mai di
regalarmi un fiore.
E poi, sì, ci sono
anche coloro che non sono stati così fortunati. Ci sono uomini e donne che non
hanno mai lasciato la sedia a rotelle, che soffrono di autismo, che faticano a
parlare, che vivono in uno stato quasi vegetativo. Sono i casi peggiori, quelli
che fanno più male.
È giusto ricordare
anche i loro genitori, che ogni giorno combattono per dar loro una vita più
normale possibile, che cercano di farli felici e che s’impegnano perché la loro
diversità non li abbatta mai.
Ma non è giusto essere
ipocriti e dire che se una donna sceglie di interrompere una gravidanza, quando
al feto è stata diagnosticata questa sindrome, è senza cuore.
Io stessa – che sono a
stretto contatto con persone affette da questa sindrome da quando sono nata –
non so se avrei la forza di crescere un bambino in queste condizioni.
Serve una forza
immensa, bisogna essere disposti a mettere da parte la propria vita per quella
di questi bambini, perché nulla ci può assicurare che riusciranno a condurre
una vita normale. Perché ci potrebbe capitare un piccolo genio o un bambino con
problemi molto più gravi.
Ma è giusto ricordarli
sempre, non solo quando vincono dei premi o raggiungono un traguardo.
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